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Giovedì, Febbraio 23, 2012

Teatri di Vita - 26-28 gennaio 2012 21
produzione Babilonia Teatri
THE END di Valeria Raimondi e Enrico Castellani
con Valeria Raimondi e con Enrico Castellani, Ettore Castellani, Ilaria Dalle Donne e Luca Scotton
collaborazione artistica Vincenzo Todesco; scene Babilonia Teatri/Gianni Volpe; luci e audio Babilonia Teatri/Luca Scotton; costumi Babilonia Teatri/Franca Piccoli; organizzazione Alice Castellani
PREMIO UBU 2011 PER LA RICERCA DRAMMATURGICA.

Dopo lo sguardo tagliente e beffardo di Babilonia Teatri, gruppo tra i più innovativi e originali degli ultimi anni, sull’Italia, sul lavoro, sul razzismo e sui mali della società contemporanea, ecco un argomento spiazzante: la morte.
Oggi la morte non esiste. Non se ne parla. Non la si affronta, né la si nomina. È un tabù. La morte viene occultata, nascosta. La consideriamo come qualcosa che non fa parte della vita.

La religione cattolica ha le sue responsabilità, ma il nostro modello e stile di vita sposa perfettamente la volontà di rimuovere la questione.  Nel momento in cui ci troviamo a diretto contatto con la morte tornano a galla in modo dirompente le nostre paure. Il buon senso o senso comune non servono più a nulla. Non basta sapere che la vita ha un ciclo, che i propri genitori invecchiano, che ammalarsi è possibile. Non basta neanche la visione consolatoria che la religione ci offre. La morte rimane tale. Uno spettro scuro di cui abbiamo infinitamente paura. In modo estremamente tragico. In modo estremamente comico.
Oggi invecchiare come ammalarsi non è consentito. Il mito dell’eterna giovinezza dilaga. Ci stiamo trasformando in un mondo di Dorian Gray. Vecchi e malati vivono separati dal resto della popolazione. Le parti deboli, d’intralcio o pericolose hanno un luogo a loro deputato in cui stare. Anche i morti per definizione vivono separati dai vivi. Siamo consapevoli che non sempre è stato così, ma per noi oggi è un dato di fatto.
Ci guardiamo e proviamo a fotografarci. A interrogarci sulle ragioni che ci portano a vivere la morte come un corpo estraneo. Violento. Traumatico. Un evento con cui non convivere e non riconciliarci. Di sicuro vedere un corpo morto per la prima volta a vent’anni è diverso da averlo sempre visto. Vedere un animale morire. Ucciderlo. È diverso da trovarlo sezionato e confezionato. Incontrare la morte quotidianamente oggi è un eccezione. Ma la regola continua a volerci mortali.
Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. È una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all’esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia. Coperta da una cenere che non è mai in grado di spegnerla. Ma che si ostina a relegarla nell’alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva.

 





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